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ALCIONIO - Rebeccu Wild - Iscrizioni e Tesseramento nuovi soci anno 2016/ 2017

ALCIONIO - Rebeccu Wild - Iscrizioni e Tesseramento nuovi soci anno 2016/ 2017 - Rebeccu Wilderness Sardinya

La tessera Alcionio è strettamente personale. E' divisa in due sezioni alla memoria di due grandi Bonorvesi

 che ci hanno lasciato prematuramente: Tore Sechi et Giannetto Cossu. Le due sezioni sono rispettivamente: Cinema e Pittura, e Poesia, Musica, Ambiente 

 Contattaci via mail o  per telefono: 3397540184 Andrea Sanna o visita direttamente la nostra sede

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Area Soci Alcionio - Rebeccu Wilderness Sardinya - Scuola di Meditazione

Area Soci Alcionio - Rebeccu Wilderness Sardinya - Scuola di Meditazione - Rebeccu Wilderness Sardinya

L'Iscrizione di durata annuale - l'anno comincia il 1° Settembre - comporta il versamento

 

di una quota simbolica di 10,00 euro che da diritto alla partecipazione ad ogni evento

 

Inoltre ogni socio riceverà puntualmente comunicazione telefonica di tutti gli eventi.

 

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Scuola di Meditazione za Zen, Meditazione 坐禅 Bonorva

 

lascia riposare l’acqua scura, ed essa diventerà chiara

 

 ESCURSIONI IN NATURA WILDERNESS – PROGETTO: CONTATTO CON LA TERRA.

 

 

IL BRONZETTO

 

Il bronzetto poggiato sul caminetto della casa di campagna sembrava una cosa sacra. Antòni  l´aveva trovato presso la tomba di giganti, sotto il muschio per la sua abitudine di strappare il muschio ancora fresco e, di portarselo al naso, per odorarne profondamente quel profumo inconfondibile di terra e incenso. IL bronzetto, riproduceva una donna seduta che portava sul grembo il proprio figlio. Con un guerriero, un fromboliere, un arciere, o una navicella tutto sarebbe stato più facile. Passarono giorni, Antòni ogni notte quando rincasava, lo guardava per un attimo preso da una arcana paura. Passando davanti a un nuraghe od alla tomba di giganti si chiedeva chi fosse mai il popolo misterioso autore di opere così belle. Una notte di tempesta, mentre la campagna era illuminata dai bagliori dei lampi, un forte tuono lo svegliò. IL bronzetto illuminato dal bagliore gli ricordò il sogno che aveva fatto poco prima:si trovava su una navicella ed il mare era in tempesta. Uomini magri con protomi taurine sul capo erano indaffarati a regolare le vele. La navicella portava anch’essa a prua, una protome di legno e bronzo. Gli uomini  avevano un pugnale ad elsa intorno al collo, il capo indossava un grosso mantello di lana nera, Antòni vestiva sa mastrukka. IL capo gli intimò di aprire la cassa che stava sulla poppa e di prendere da essa un bronzetto. Gli fu ordinato che prendesse la navicella e questi con le mani rivolte in alto la gettò in mare. IL mare si calmò, la tempesta andò via mugghiando, gli uomini erano salvi ma esausti. Antòni parlava  il nuragico dove tutte le parole finivano per gon  ur- o per ke. Anche gli altri parlavano la stessa sua lingua ma più gutturale e dura. La navicella era carica di ossidiana e rame e procedeva tranquilla in mezzo al mare fiancheggiando la costa di un’isola verdissima e lussureggiante. Così Antòni si svegliò dal sogno a causa del temporale:

Il sogno, il bronzetto, i nuragici, tante domande senza risposta. Passò di lì un tedesco e chiese ad Antòni alcune  informazioni circa la posizione esatta di alcuni nuraghi. Antòni preparò su labiolu pro faghere su pane ‘uddidu cun su zichi  mentre l’uomo era in escursione.

 Al suo ritorno mangiarono e bevettero muristellu rusjiu di Gonolva. L’uomo disse di essere uno studioso di archeologia nuragica e che ormai erano decenni che studiava l’antica civiltà di Nur. A questo punto si illuminarono gli occhi di Antòni. Lo studioso affermò che i nuragici provenivano originariamente dalla terra di Ur e che erano Caldei, conoscevano la scrittura, che erano navigatori, che la loro lingua era il sumero antico trasformatosi poi  nel loro soggiorno a Nur. 

Antòni fremeva per il bronzetto.Era come se in questi mesi uno strano rapporto di empatìa si fosse instaurato tra lui e l’oggetto fino a rivestire i caratteri del sacro.

Lo studioso parlò dei suoi lunghi viaggi alla ricerca della Madre mediterranea, Cipro, Siria, Turchia e Mesopotamia, ma niente più di Nur era affascinante e  misterioso.Lo studioso parlò della religione nuragica. I nuraghi rappresentavano la perfezione del cerchio racchiudenti come in una danza sarda il mascolino ed il femminino. Al tramonto Antòni si reggeva il mento tra le due mani aperte fisso di fronte al sole. Chi era quella madre di bronzo con il proprio figlio sul grembo? Era forse la mater mediterranea? Una dea madre con il proprio figlio? Ripensò al sogno fatto, alle parole dello studioso: “I nuragici erano abitatori della terra di Ur”. Ma non finivano proprio in ur le parole di quel linguaggio stretto e veloce? E se fossero veramente Caldei? Un altro sogno: Uomini di diverse razze costruivano una torre alta fino al cielo. Questi uomini parlavano la stessa lingua. C’era anche lui con i suoi compagni dalle protomi taurine.

Ad un certo punto ognuno parlò una lingua diversa e la torre non venne ultimata. I popoli si dispersero ognuno secondo la propria lingua. Ad Ur di Caldea si costruivano case di mattoni di paglia e fango e si praticava l’astronomia. Un astronomo predisse la nascita di un potente Re chiamato Dio salva, Principe della pace. Da Ur ci spostammo più a Occidente e a Meridione: nostro padre fu Abramo. Professavamo la religione dell’unità del cerchio e del sole, il Dio Unico onnipotente creatore dell’universo. Lasciammo la Siria e la Palestina e con le nostre navicelle attraversammo il Mediterraneo. Raggiungemmo Nur oltrepassando per la prima volta le colonne di Herakles a più riprese ed a più riprese ritornammo periodicamente nella madre patria. Fummo coinvolti nella guerra dei Popoli del mare, contro l’Egitto del potente faraone Ramses II. Antóni si svegliò all’alba e subito pensò allo strano sogno, il lungo viaggio, la profezia degli astronomi sumèri che cosa potevano significare? Ma certo, non solo eravamo figli di Tigri ed Eufrate ma anche prozii di Cristo. Ora si rivelava illuminato dalla luce dell’alba il mistero del bronzetto. I nuragici erano i portatori di una profezia che investiva i secoli, per questo avevano fuso un bronzetto simboleggiante una donna seduta che porta sul grembo il proprio figlio. Ora agli occhi di Antòni si scioglieva l’enigma: la donna raffigura la vergine inviolata che darà alla luce il potente Re che governerà tutte le nazioni con scettro di ferro.

IL bronzetto narrava ad Antòni il segreto di una lontana profezia: la venuta del Re Messia.

 

 Andrea  Sanna   MM

 

 

 

 “Vi rivelo un segreto. Ecco il tempo in cui lo Sposo coronerà la Sposa.

 

Ma dove è la corona? Verso il Nord. E donde viene lo Sposo? Dal Centro,

 

dove il calore genera la luce e si porta verso il Nord, ove la luce diviene

 

splendente.  Ora, che fanno quelli del mezzogiorno? Si sono addormentati

 

nel calore;  ma essi si ridesteranno nella tempesta e, fra essi, molti saranno

 

spaventati sino alla morte”.        J. Boehme, Aurora, II, XI, 43

 

Per una Filosofia dei Nuraghi

L’esperienza del nùminoso secondo le categorie del Sacro nella Filosofia della Religione e nella filosofia tedesca contemporanea come ad esempio in Rudolph Otto, è un’esperienza che riguarda il sublime e quindi l’Arte, la Religione e la Filosofia . E’ appropriato parlare di Filosofia Nuragica e di Religione? Meglio di quanto possa fare io lascio parlare in limba al fine di trovare quello che Martin Heidegger avrebbe chiamato i sentieri o le tracce di legno e di pietre che apparentemente si interrompono nel fitto del Bosco.

 

                 SU BRUNZETE

        Su brunzete subra ‘e sa ziminea de sa domo ‘e campagna pariat cosa sacra. Antòni  l´aiat agattadu ind unu cuzòne de muru, inìe, acurzu a sa tumba de   zigantes, sutta e-i su calighe ‘e muru e-i sa lana ‘e crastu chi fit solitu iscolzare dae sa rocca pro si  l’ ‘attire a sas narisi e pro intendere in sas intragnas de su coro cussu profumu raru mai ismentigadu de terra e incensu.  Su brunzete,  teniat sa frigura de una femina sèzida chi giughiat  in sinu su  fizu sou. Cun d’unu soldadu, unu frombolieri, un arzieri, o una naighedda tottu tiat esser bistadu pius fazile. Colende sal dies, Antòni onzi notte canno recuìat, lu abbaidaìada ke lumèra lendelu a tràghidas pessighìdu  da-e una timòria antiga. Passende adananti ‘e su  nuraghe acculzu a sa losa ‘e sos zigantes si preguntaìat pienu de ispantu chie tiat esser bistada mai sa zenìa  misteriosa artefize de oberas gai bellas. Una notte de tempesta, canno sa campagna fidi allupiada da-e sa lughe de sos  lampos, unu  tronu a isprammu lu ischidesit. Su brunzete illuminadu da-e sos lampos l’ aìat ammentadu unu sonnu chi aiat fattu pagu tempus prima: s’agattesit in d’una naitta e-i su mare fit in tempesta. Òmines lanzos cun corros de trau in sa conca  fin’ intregàdos abbentende sas ‘elas.  Sa nae giughìat issa puru adananti, una conca de trau de linna e brunzu. Sos omines giughìan una resorza a rughe de gamma greca inghiriàda in su tuscju, su Re mere  ‘estiat una cappa  niedda de lana russa ‘e fresi, Antòni giughìat sa mastrukka de peddes de ‘elveghe e de craba.

Su re jamèsit Antòni pro aberrere sa càscia chi s’agattaìat adasègus de sa nae  pro affiaccàre unu brunzete. Su re li oldinèsit  de l’apporrere sa naitta  e adapoi,  su Mere, cun su brunzete e cun sos brebos sacros in bucca  cun sal manos alziadas in altu, che la ‘ettèsit in su mare.  Su mare fid’abboniadu, sa temporada e s’Astrau si ch’annèsit muliende, sos òmines fin salvos ma istraccos e cunsumìdos. Antòni faeddaiat su nuragiku, in ùe tottu sas peraulas finiant in gon, ai,ui, ur ,ur, ri, or, ri, ghe oi  o in ke. Sos atteros puru faeddaìana sa matessi limba ma pius istrinta, gùtture e tosta. Sa naitta fi’ garriga de pedra de ‘idru, ’idrosa  e ramine e avansaìat pasada,  in mesu ‘e su  mare akostasa-akostasa a  un’isula irde ermosa e bunnante. Goi Antòni pro sos tronos e-i sa tempesta  si ischidèsit da-e su sonnu : su sonnu, su brunzete, sos nuragikos, medas preguntas kena peruna resposta. Passenne igùe unu tedescu, custu  preguntesit  ite prezisa posizione haìan appidu kussos paritzos nuraghes in sa punta ‘e Cantaru Addes. Antòni ammanitzèsit su labiolu pro faghere su pane ‘uddidu cun su zichi  kando s’iscientziadu fid’ in esplorazione. Torradu su tedescu manighèsin’ umpare e buffèsin muristellu rusju de Gonolva. S’omine nesit de essere unu iscienziadu de archeologia nuragica e chi fit  vint’annos  istudiende s’antiga ziviltade de Nur.

In cussu istante Antòni cun sos ojos lùghidos cuminzaìada a cumprendere su misteriu antigu ki da-e meda lu fit oriolende. S’iscienziadu nesit ki sos nuragikos ‘eniana primariamente da-e sa terra de Ur e ki fini Sumeros, connoschìan s’iscrittura, fin  navigantes e-i sa limba insoro fi’ s’antigu Sumèru innestadu a su Sardu antigu in sa permanenzia a Nur. Antòni si fi’ triminde tottu pro su brunzete, fidi komente ki in kustos meses una folza de maja intraiat e bessìat da-e su brunzete, e, da-e custu prenetaìada in sas intragnas de Antòni; comente unu cristianu giughìat un’anima e-in calchi modu fi’ guasi komente a tenner s’ammuntadora e-i s’anima si ch’annaiat attesu fintzas intr’ ‘e su brunzu chi faeddaiat comente unu frade, fit una esperienzia numinòsa, Sacra.

S’archeologo faedende de sol biàzos longos a Cipru, in  sa Siria, in sa Turchìa e in sa Mesopotamia pro chilcare sa Dea Mater Mediterranea nesit ki nudda piùs de Nur l’aiat ammaliadu misteriosamente. S’iscienziadu nesit de sa religione nuragika. Sos nuraghes sunu sa frigura de sa fromma de sa perfezione, da-e issos naschin tottas sas friguras de su ballu tundu, de sa musika de su coju tra su masciu e-i sa femina, de su Sole de  sa Terra e de sa  Luna. Interrìghinende Antòni si munteniat sa ‘ucca intr’ ‘e ambas manos abertas fissu ainnanti  ‘e su sole. Chie fit kussa mama de brunzu cun su fizu in su sinu? Fidi forsis sa Mater Mediterranea? Una dea mama cun su fizu sou?  Pensaìada a su sonnu, a sas peraulas de s’iscienziadu: Sos nuragikos fini abitantes de sa terra de Ur. Ma no finian  in ur sas peraulas de cussa limba istrinta e lestra? E si tian’ esser’ ‘ istados deabberu  Caldèos?

Un ateru sonnu: Òmines de divescias razzas  fini fraighende una turre alta fintzas a chelu, custos  omines faeddaiana sa matessi limba. Bi fi’  puru isse cun sos cumpanzos cun sos corros de trau in conca. A unu zeltu momentu onz’unu faeddèsit una limba divescia e-i sa turre restèsit gai, kena esser finida. Sos populos   s’ispaltèsin onz’unu segundu sa matessi limba. In  Ur de Caldèa si fraigaìan domos    de mattones de alvinu e de paza e istudiaìan s’astronomia. Tres Res astròlugos aìan leggidu in su chelu s’avrèschida de un isteddu lughente  unu Re potente giamadu Deus salvada, Prinzipe de sa Paghe. Da-e  Ur nol movìmmo piùs a  Ozidente e a Meridione: babbu nostru fid  Abramu.

Sighìmis sa   religione de s’unidàde de s’isfera, de su cerchiu, de su sole, su Deus Unicu Onnipotente creadore de s’universu. Nol movìmmo lassende sa Sirja e sa Palestina e cun sal nostras naes attraessèsin su Mediterraneu. Arrivados a Nùr superende pro sa prima ‘olta sas colonnas de Ercule in pius boltas torraìmis a Nùr. Restèsit trobojàdos in sa gherra de sos Populos de su Mare, kuntra s’Egitto  de su potente faraone Ramses II.

Antóni s’ischidèsit a s’avrèschida pensende a su sonnu fattu intr’ ‘e notte: su biazu mannu, sa profezia de sos astròlugos sumèros ite cherìat narrer?  Ma zeltu, no solu fimis fizos  de-i su Tigri e de s’Eufrate ma fimis puru bisciajos  de Xristu. Como a sa lughe de s’avrèschida si leaìat cumpresa de su misteriu de su brunzete. Sos nuragikos fiant cussos k’ haìan’ una missione ‘e ite lompere, issos ‘attiana una profezia ki avansaìat sos seculos, pro kustu haian fusu unu brunzete ki mustraìat una femina sezida cun su fizu sou in coa. Komo a sos ojos de Antòni s’isolviat su misteriu: sa femina est sa frigura de sa birzine liza chi hat a dare a sa lughe su Re potente pro dominare sal Naziones cun d’unu fuste e-i una corona de ferru. Su brunzete contaiada ad Antòni su segretu de una antiga profezia: sa ben’ ‘ennida de su Re Messia.   

 

Andrea  Sanna  

 

 

                                                                            

 - Rebeccu Wilderness Sardinya

FLORITERAPIA et ERBORISTERIA di Alessia Pani 

tel. 3471831417

TINTURA MADRE DI TARASSACO
La tintura madre di tarassaco è utilizzata per stimolare la funzionalità digestiva ed epatica; favorire la regolarità del transito intestinale e il drenaggio dei liquidi corporei, perché in grado di attivare gli organi emuntori (fegato, reni, pelle) adibiti alla trasformazione delle tossine (zuccheri, trigliceridi, colesterolo e acidi urici), nella forma più adatta alla loro eliminazione (feci, urina, sudore) e disintossicare così l'organismo
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 - Rebeccu Wilderness Sardinya

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TINTURA MADRE DI OLIVO

 

 La tintura madre di olivo viene utilizzata per la cura e la prevenzione di patologie connesse con gli organi reni, vescica, fegato e con il sangue. L’estratto e la tintura madre di foglie d’olivo sono efficaci anche nel combattere microbi, virus, batteri, funghi (candida per esempio) e parassiti (vermi intestinali).

 Come già evidenziato, la tintura madre migliora la condizione delle arterie, migliorandone l'elasticità, favorisce la circolazione del sangue, riduce la pressione alta e previene lo sviluppo di altre forme di malattie del cuore.

 Dona sollievo alle infiammazioni, specialmente connesse all’artrite reumatoide, aiuta a rinforzare l'organismo, combattendo l'azione dei radicali liberi; infine stabilizza il livello di zucchero nel sangue, che può avere conseguenze positive per chi soffre di diabete.

 All’Università di Milano si deve la ricerca che ha evidenziato, dato confermato anche da altri studi, la proprietà, dell ’oleuropeina delle foglie dell’olivo, di contrastare il COLESTEROLO LDL(quello cattivo) e i TRIGLICERIDI alti.

 Generalmente si consiglia un dosaggio pari a 30-50 gocce due volte al giorno, durante o appena dopo i pasti.

Fonte Sacra Nuragica su Lumarzu+/- 1000 a.C.

Fonte Sacra Nuragica su Lumarzu+/- 1000 a.C. - Rebeccu Wilderness Sardinya

Sos chelos de Mamuti   in ‘Onorvesu de  Giannetto  Cossu (1°  Premio Città di Ozieri 1981 )

Funtana ‘Ona fit unu nicciu ‘e umbra e abba frisca peri sos butturinos àrridos de S’Adde. Duos èlighes, unu chercu e tres pezzas, sutta una boveda ‘e foza. Piccada in sa pedra niedda, sa funtana fit sèzzida in mesu ‘e un’arzoledda ‘e cudina, partida in duos da-e una cora chi che franghiat s’abba a su caminu. Duos càntaros: su cantareddu de su bistiàmine e-i su càntaru mazore, altu finas a chintu, limpiu e nettu che-i s’ispiju ‘e s’anima. S’enu essiat a bullu da-e un’abberta de rocca, sutta su pizu ‘e s’abba. Sa funtana pariat ch’esseret bia, e-i su sididu si l’intendiat totu – cussu “ite” – chi l’inghiriarìat cando s’accurziaìat a buffare. Anzis, su buffar e tottu fit majìa e-i s’oju, mirende in s’abba sa fache connotta, calaìat pius a fundu, sutta s’iscuru lìmpiu, finas a istavaccare sos ultimos siddados de su coro. Funtana ‘Ona: su pasu ‘e chie no hat connotu pasu, s’abba ‘e s’ismentigu pro sa tribulia ‘e sempre. In sa pezza ‘e s’elighe mannu sezzian sos pensamentos de Tiu Portolu, remuzados a pizu ‘e lara e intramìttidos in sos littos de s’arva cana. Sa cara sua, cotta ‘e milli soles, fit su liberu ‘e sos puites de Bachiseddu, chi si perdiat peri sas pijas tuvuccas de milli preguntas. Lùghidu ‘e fresi, Tiu Portolu pariat tot’unu cun sa rocca de sa funtana. Su bacchiddu, tètteru in mesu ‘e pês, regia  ambas manos, arrumbadas una subr’ ‘e s’atera e cuadas sutta s’’arva. Ancas iperriadas, cuidos e benujos a pare, in d’unu sezzer chi fit pasu e fit aisettu, pariat mujadu che fruedda ‘e ozastru, chi si tendet tot’in d’una. Pro  non l’infadare, Bachiseddu si sezziat in terra, a ojos a isse, sas ancas pijadas, a carcanzos a pare, sos benujos incasciados in sa pijadura ‘e sos brazzos, sas manos tentas e-i sa conca a un’ala, sos ojos totu leados da-e su ‘ezzu ‘e sa funtana. Tiu Portolu fit tottu pro Bachiseddu, pastoreddu chena babbu e chena mama, solu tra sas deghe erveghes, duas crabas e unu catteddu. Prontas e giaras, da-i cussas laras sàbias, sas rispostas de su ‘ezzu daìan sabore a donzi puite e a Bachiseddu li piaghìat a crêr chi cussas peràulas Tiu Portolu las sesteret apposta pro isse, seberèndelas e medìndelas una pro una. “E a ite custas pagas iscuttas? Cun isse bi dia cherrer bistare tota die. Istasero che torro, a Funtana’Ona!” ma sa pezza ‘e s’elighe mannu fit boida a part’ ‘e sero. Su bulluzzu ‘e sa funtana pariat ch’istroccheret su murmuttu de Tiu Portolu. Fit interrighinende e-i su sole, innanti ‘e si ch’andare, si giogaiat cun sas nues, azzendìndelas de ruju e de grogu. Sos puzzones ammustraìan a sa funtana sos ultimos inghìrios. Bachiseddu ridiat a sa sola, gioghende in su cantaru mazore e ch’imberghìat tota sa conca in cussu gosu lìmpiu e friscu. Tott’in d’una su risittu si fit fattu meraviza. Prostadu e a bucc’abberta, sos brazzos tirados tot ‘addae, su dossu mujadu a innanti, su pizzinnu sighiat – a ojos maduros – su chi fit bidinde. Da-e fundu ‘e sa funtana – da-e sutta sa lana ‘irde ‘e su laccheddu – si fin pesadas tantas lunittedas de prata. Sighìndesi a tenea e creschinde ‘e numeru e mannaria, haian cominzadu a moliar in d’unu mulinette sempre pius fùrridu, finas a nde pigar a pizu ‘e abba; moliende sempre pius lestras haian fattu a toffu e – suppesèndende unu tantu ‘e abba – nde fin biradas, pesèndesi a muer in s’aera. Poi sa mùida si fit fatta sonu  e-i su chi pariat bentu si fit pasadu, mudèndesi in ‘un’upa ‘e carre chi – inghirièndelu tot’in tundu – haiat fascadu su pizzinnu, lêndelu in pàmparas e pesendelu a bolare. Poi su sonu si fit fattu musica e s’upa ‘e carre una bella femina, manna, rassa e modde, bestida ‘e fiores e risittos, sos ojos bonos e-i sos carignos dulches de una mama. Totu fit mùsica, lughe e fiores in cussu nudda chi lu teniat in india. Bachiseddu si nannigaìat cuntentu in sos brazzos de su gosu, tanghende sos ojos pro l’assaborare  tota, cussa paghe mai connota. Sa fada, basèndeli un’orija, li naraìat a s’iscuja:  “Deo so Sa Mama ‘e sa Funtana, sa mama de-i custas e de tottu sas abbas, sa mama de totu su chi naschet e creschet, sa mama ‘e sa vida e de su gosu. A  ti dia piagher a bistare cun megus? Bachiseddu istirèndesi in bolu, haiat isoltu sas peraulas, piaghindesi ‘e las narrere: “Pro me t’hat respostu tota sa  persone, ca non poden bastare duas abbertas de lara a dare ‘oghe a totu su ch’intendo, a dare lughe a-i custa paghe soberana!” “Già  l’isco, Bachisè! Ma deo l’hapo dada a tottu custa paghe e nisciunu mi l’hat chèrfida!”  “ Non ti l’han cherfida? E puite?” . si pesat Bachiseddu, tot’in d’una. “ Ma comente si faghet a che fuliare sa vida, su saludu, su gosu? Iscasciados ! Toccat a esser maccos, chena seru!”. E –i Sa Mama ‘e sa Funtana, tot’annuzzada: “Maccos, Bachisè, propiu maccos! Deo li shapo dadu sas giaes de Mamuti e ‘issos’  m mi ch’han tangadu sas giannas in faccia!”  “  ‘Issos’ ? E chie sun ‘issos’? E Mamuti? It’est e inu’est Mamuti?”. E –i sa fada a ojos a terra:  “  ‘Issos’sun sos òmines. Totu  sos chi connosches e totu sos àteros, fizos de chentu mamas, de onzi tempus e giassu. Totu !” Sa ‘oghe fit bordida ‘e tristura, ma sas laras si fin abertas a-i cuddu risittu ‘onu chi faglia de intrada a s’ateru puite. “E Mamuti?”  -  l’haiat perdidu disisperadu Bachiseddu.  “Mamuti est su mundu ‘e sas fadas; est unu mundu ‘e frades inue totu est de totu. Sos de Mamuti naschen e si faghen mannos in totu su chi sunu. Inie s’òmine contat che-i sa femina, su mannu che-i su minore, su sanu che-i su malàidu, su nieddu che-i su biancu. Tribaglian   totu pro su bene ‘e totu, ca nisciunu ammuntonat e nisciunu pedit. Inie non b’hat dinaris e né  bancas, né riccos e né pòberos, né peidros e soldados, né lucana  e presones, né chie cumandat e chie servit. Inie no b’hat paghes falsas e guerra, che inoghe! Custu , Bachisè, est su mundu chi totu s’ ‘iden in su sonnu;  est su mundu chi cheren totu, est cussu nudda  e-i cussu totu chi no benit bene a si fagher. Lea! Custas sun sas giaes! A las cheres?”E , sen aisettare risposta, si fit isfatta in s’aera in d’una nue ‘e preguntas de accansare. Bachiseddu  si che fit agattadu, torra, in sa piattedda ‘e Funtana’Ona solu e sezzidu in terra, a ojos a sa pezza ‘e s’elighe mannu. Cantos puites, cantos oriolos in d’unu cherveddu ‘e nudda. A conc’a terra, suppesende sas giaes de sa fada, fir chirchend’ ‘e  dar assentu a-i cussu muju ‘e pensamentos. “ E-i como ite fato? E inu’est custu Mamuti? Ma ite bi diat fagher deo, si mai nisciunu b’est chèrfidu andare? Unu mundu ‘e frades, chena guerra e ne dinari! Una giae pro mudare vida! Chissà cantos la dian cherrere e non l’hana? Chissà ite diat narrere Tiu Portolu? Chissà si l’hat  bida isse puru Sa Mama ‘e sa Funtana? Isse  ch’est sempr’inoghe, sèzzidu in sa pezza ‘e s’elighe mannu?! Chissà si las tenet isse puru sas giaes  de Mamuti? Paris cun isse, già bi diat cherrere andare a Mamuti!”. E, leadu da-i custos pensamentos, non si fit abizzadu chi Tiu Portolu – sèzzidu in sa pezza ‘e s’elighe mannu – li fit dende sa manu. Dami sa manu, Bachisè, chi b’andamos paris a Mamuti! Ottant’annos  t’appo aisettadu, sèzzidu in custa pezza. Deo no ti podìa narrer nudda, ca su seberu li divìas fagher tue. Eh, s’ischeren sos pizzinnos! E tue como ischis. Deo b’happo postu ottant’annos, mastulende puites troppu mannos. Eh, si poteren sos bezzos! Oe deo happo pòtidu! Sa Mama ‘e sa Funtana m’hat abbertu sos ojos e m’hat  mandadu a tie: tue, ancora ‘irde i innozente, ses sa giae mia ‘e Mamuti”. “ E tue ses sa mia!” – l’haiat fattu lestru Bachiseddu, lendesi a manu tenta sa cuntentesa ‘e Tiu Portolu. “ Mamuti est inoghe, Bachisè! S’intràda est in su cantaru mazore, sutta sa lana ‘irde ‘e su laccheddu!”.

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